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GIGI DELNERI: “Nocera piazza da grandi emozioni”

La stagione 1994-‘95 cominciò sotto i migliori auspici per la Nocerina dell’allora presidente Carlo Albani. Forti di un ripescaggio in C2, dopo un campionato di alto livello concluso alle spalle del solo Benevento, i rossoneri, con il confermato direttore sportivo Simonetti ed il neotecnico Pasquale Santosuosso alla guida, dichiararono apertamente di voler puntare alla lotteria dei play-off, da poco introdotti, allestendo una squadra di un certo spessore. La partenza fu di tutto rispetto, sei vittorie nelle prime sette gare, ma ciò non fu sufficiente per Santosuosso che, complice la successiva sconfitta contro il Frosinone e le immeritate critiche piovutegli addosso, decise di lasciare la conduzione della squadra. Al suo posto venne chiamato al capezzale dei molossi l’allora semisconosciuto Luigi “Gigi” Delneri, reduce da un’esperienza al Novara: “Era per me, probabilmente, la prima stagione importante in una piazza di un certo livello – racconta l’ex trainer, tra le altre, di Juventus, Roma, Sampdoria e Porto – un passaggio di sicuro fondamentale, vista la dinamicità, la passionalità, la focosità e l’amore dell’ambiente per la propria squadra e il gioco del calcio, che mi ha permesso di fare sempre meglio. È stato un percorso notevole, vincente, che mi ha dato la convinzione di poter andare avanti nel mondo calcistico”.


Quella squadra, infatti, vinse e convinse, mostrando autorità contro qualsiasi avversario ed ipotecando la promozione con ben due giornate di anticipo. Quale è stato il vostro punto di forza?

“E pensare che arrivai anche in corso d’opera. A chiamarmi fu il direttore Simonetti, ed integrammo l’organico con alcuni giocatori di spessore, in modo da adattarlo alle mie idee di gioco. Quell’anno facemmo un campionato di buon livello, frutto della somma di svariate componenti, a partire dalla squadra, con Cancellato, Siviglia, Grillo, Fontanella, Antonioli, vero punto di forza, ai tifosi e all’ambiente, sempre molto caloroso e passionale. Il carattere, poi, e l’intensità di tutti coloro che diedero una mano alla causa, anche quelli che successivamente non hanno avuto fortuna nella propria carriera, come Vastola, furono decisivi. E’ stato un anno di conferma della bontà delle scelte societarie e di tutti coloro che agirono dietro le quinte”.

Il suo rapporto con la piazza?
“C’è stato sempre un rapporto molto intenso con i tifosi, anche se, a tratti, di amore e odio in base ai risultati, ma sempre, in linea generale, di grande rispetto. Ovviamente vanno considerati i soliti pro e contro, che sono ormai comuni nel mondo del calcio, ma nel complesso il primo anno mi sono trovato benissimo, mentre il secondo, vista la partenza non proprio eccellente, ci fu qualche screzio. Fortuna, poi, che la squadra riuscì a ingranare, subendo una trasformazione anche e soprattutto dal punto di vista mentale, e a raggiungere il terzo posto, valevole per i play-off. Quello di Nocera è un ambiente come pochi in Italia. Se ne trovano pochi anche nelle categorie superiori. La tifoseria era capace di darti grande carica agonistica, quando le cose andavano male, e grande gratificazione quando andavano bene. Non so se esistano realtà, al di fuori delle big, che possano vantare un così massiccio seguito”.

La stagione successiva, nonostante un finale amaro, riuscì comunque a imporre all’attenzione generale la qualità di una squadra che, nonostante tutto, fu una delle principali concorrenti alla promozione in cadetteria.
“La rosa vincente dell’anno precedente fu integrata con giocatori di alto livello per la categoria come Pagliaccetti, De Simone, Battaglia, Delle Donne, Puglisi e Bruno. Per questo dovemmo lavorare un po’ di più per integrarli al meglio, prima di carburare. Dopo un girone di andata altalenante, però, riuscimmo a ingranare la marcia giusta e arrivarono anche i risultati. Ricordo ancora con piacere e simpatia quella squadra, grande, coraggiosa, con immensa forza caratteriale che, con un po’ di fortuna, avrebbe potuto vincere qualcosa di importante”.

Si riferisce alla sfortunata conduzione del signor Gambino di Barletta?
“Un arbitro non proprio all’altezza di poter dirigere una gara così importante come la semifinale contro l’Ascoli. Ricordo che assegnò loro un rigore inesistente, negandocene, al tempo stesso, uno evidente. Inoltre fece squalificare tre giocatori importanti e il sottoscritto, che ebbe la sola colpa di aver tentato di tamponare una rissa. Ironia della sorte, da allora, se non mi sbaglio, non fu chiamato più a dirigere alcuna partita. Probabilmente non era il mestiere adatto a lui (ride ndr)”.

Al ritorno, come se non bastasse, ci furono anche i due legni colpiti da Limetti e Di Corcia…
“Sono convinto che se avessimo passato quel turno, probabilmente, saremmo andati in Serie B. Fu un anno importante, in cui, nonostante il risultato, dimostrammo di poter fare calcio in una certa maniera, con una giusta logica. Valorizzammo giocatori come Siviglia e Iezzo, partiti da Nocera, che da allora hanno fatto una carriera illuminata. Diciamo che, delle volte, l’impazienza ti fa commettere anche degli errori, ma l’importante è essere convinti delle proprie scelte e portarle avanti, sarà poi il tempo a dimostrarne la bontà. E così è stato”.

Quanto è stato determinante il fattore Delneri per la crescita di questi giocatori?
“Se alcuni giocatori non hanno, di base, una certa qualità non è che, come per magia, un allenatore possa di colpo migliorarli. Ciò che si può tentare di fare è infondere loro la convinzione dei propri mezzi e, con un lavoro costante e applicazione, permettere loro di raggiungere, seppur in maniera flebile, piccoli miglioramenti”.

Dopo la sfortunata parentesi di Nocera, a chiamarla fu la Ternana in C2, con cui vinse due campionati, approdando in Serie B. Ironia della sorte, sul cammino delle Fere, si ritrovò in finale play-off ad Ancona, due stagioni dopo, proprio la Nocerina. Che sensazioni le diede quella gara?
“Non fu facile per me ritrovarmi di fronte la squadra che, in parte, sentivo ancora mia, avendovi passato comunque due stagioni ricche di emozioni. Paradossalmente, due anni prima, fu l’Ascoli a sbarrare il cammino ai molossi, ora c’ero io ad interpretare la parte del “carnefice”. È una sensazione che non auguro mai a nessuno di provare. Vedere, poi, tutta quella gente sugli spalti e negare loro una gioia di quel tipo non è per nulla bello. Purtroppo fa parte del calcio e della vita, con i suoi intrecci ricchi di sorprese”.

Dall’ultima volta che l’ha incrociata, la Nocerina si è ritrovata a passare da anonimi campionati di Serie C1 e C2, al ritorno in Serie B, poi la brusca caduta a seguito dello scandalo di Salerno. Che idea si è fatto?
“Sono sensazioni che bisogna provare per poter comprendere a pieno. Certo va detto che, visto l’ambiente carico ed infuocato, si è optato per il divieto di trasferta, scelta che, col senno di poi, si è rivelata non proprio saggia e ha stimolato una reazione che non doveva esserci. A pagare è stata la parte lesa, i giocatori e la società, ma anche i tifosi. Mi spiace che sia accaduto proprio a Nocera, che è un ambiente molto caldo ma, al tempo stesso, sempre molto vicino alla squadra. Sono cose che capitano, ma a mio avviso la questione doveva essere risolta in maniera diversa”.

Nel frattempo la Nocerina si appresta a festeggiare il suo 105° compleanno. Cosa augura alla squadra e ai tifosi che ancora la ricordano con tanto affetto?
“Ovunque si lavori e, nel mio caso, si alleni comunque si trascorre una parte della propria vita, quindi qualcosa di sicuro ti resta dentro, sia bella che brutta. Calcisticamente mi auguro che la Nocerina riconquisti ciò che la sua storia le impone. Se due città come Nocera Inferiore e Superiore, che vantano settantacinquemila abitanti riescono a portare quindicimila persone allo stadio, vuol dire che la passione è più che intensa. Spero che al tempo stesso si trovi l’assetto giusto, societario e tecnico, con forte impegno e con la voglia di poter crescere sempre più, sia per il futuro sia per rispetto al passato della società. Chi subentrerà ha il dovere di riportare il club ai fasti del passato, sia per il bene del calcio, sia per il bene di chi ha fatto di questo sport motivo della propria esistenza. Centocinque anni non sono pochi, l’augurio è che questo anniversario sia di festeggiamento per una rinascita, non di commemorazione per una scomparsa”.

Gianluca Tortora, ForzaNocerina.it

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