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AMARCORD. GENNARO IEZZO: “Nocerina, che ricordi!”

Tre anni per entrare di diritto nel novero dei grandi della centenaria storia rossonera, tre anni per diventare l’eroe di una delle serate più memorabili di sempre, per i molossi, al cospetto della Vecchia Signora del calcio italiano. Arrivato in punta di piedi, nella stagione ’94-’95 come comprimario del titolarissimo Sansonetti, prima, e Bruno, poi, Gennaro Iezzo ha saputo pian piano, a suon di interventi decisivi e prestazioni in crescendo, ritagliarsi uno spazio sempre più importante, per poi spiccare definitivamente il volo verso i grandi palcoscenici nazionali: “La Nocerina è stata la mia prima squadra tra i professionisti, e a lei sono legati tantissimi bei ricordi – esordisce l’ex numero uno di Cagliari, Verona e Napoli – Tre anni bellissimi, tre anni di grande crescita personale e professionale, che mi hanno poi permesso di approdare in Serie A.”

Inizio non facile, soprattutto per un giovanotto proveniente da una città come Castellammare, da sempre in stretta rivalità con i rossoneri…

“Un professionista deve comportarsi come tale fino in fondo, e tutto ciò che riguarda le tifoserie deve restare fuori dall’ambito strettamente tecnico. Onestamente, a me dispiace che ci siano continue tensioni tra le due tifoserie, non riesco ad accettarlo, soprattutto se si considera che, altrove, ad esempio al Nord, le squadre si aiutano tra loro, mentre qui si continua a fare la guerra tra poveri. Il calcio è un veicolo di  aggregazione, non di divisione. Sarebbe bello andare a Cava, Salerno, Torre Annunziata, Pagani, senza portarsi i soliti problemi di ordine pubblico. Occorre dare un segnale forte, unirsi e dare il buon esempio anche alle nuove generazioni che si avvicinano al mondo del calcio.”

Un mondo del calcio, oramai, sempre più in rovina, tra fallimenti e derby, un tempo attesissimi, ora quasi costantemente a porte chiuse. Che ricordi ha, a tal proposito, dei derby giocati con i molossi?

“Partite che definire infuocate sarebbe un eufemismo, grintose, d’altri tempi, insomma. Ricordo in particolare una partita giocata a Castellammare con la Nocerina, e persa malamente per 1-0. Ancora oggi, al solo pensiero, rido per l’assurdità con cui prendemmo un gol dopo soli quindici secondi dall’inizio della partita: calcio d’inizio a nostro favore, passaggio in orizzontale sulla fascia, cross tagliente, inserimento di un loro giocatore che prese la traversa, e poi ribadì in rete.”

La parabola ascendente di Iezzo, però, non ha avuto inizio sin dall’approdo alla Nocerina, ma solamente nella stagione ’96-’97, dove finalmente ha trovato una certa continuità. Come se lo spiega? La poca esperienza tra i pro potrebbe essere una delle cause?

“E’ bene precisare che all’epoca non era come oggi, che si punta molto sui giovani e ci sono i premi di minutaggio a disposizione delle società di Lega Pro. Prima la parola d’ordine era esperienza, soprattutto in ruoli come quello del portiere, e il giovane lo si metteva un po’ da parte per farlo crescere in un certo modo. La mia fortuna è stata giocare in un momento particolarissimo, e farmi trovare pronto per l’occasione.”

Si riferisce allo splendido cammino in Coppa Italia dei molossi che eliminarono, una alla volta, Piacenza, Perugia e, per poco, anche la Juventus?

“Avevamo fatto grandi cose, quell’anno, battendo due squadre di A come il Piacenza e il Perugia, e affrontando a viso aperto la Juventus allora Campione del Mondo, d’Europa e d’Italia, senza alcun timore reverenziale. E chi se lo sarebbe mai aspettato. Ricordo Balugani, da poco arrivato, che si faceva il solito giro per le camere, teso al massimo, quasi come se si stesse preparando per una guerra. Ma sapevamo, in cuor nostro di non poter fare molto, per questo ci ponemmo come obiettivo quello di fare bella figura contro una squadra che vantava giocatori del calibro di Del Piero, Boksic, Vieri, Torricelli, tutti nazionali. La cosa bella del calcio è proprio questa, che quando fischia l’arbitro ci si dimentica di tutto, si può anche avere Maradona di fronte, non importa, basta lottare e uscire vincitore o sconfitto, ma sempre a testa alta. E pensare che ho ancora davanti agli occhi l’azione di Battaglia nel finale che avrebbe potuto regalarci la vittoria e l’accesso ai quarti contro l’Inter, sarebbe entrata nella storia una cosa simile. Per non parlare, poi, della bellissima cornice di pubblico di un Partenio gremito, in cui si era riversato tutta Nocera.”

Quella sera Iezzo divenne un vero e proprio muro invalicabile, probabilmente più che una serata di grazia, come commentò a caldo anche un giovanissimo Fabio Caressa…

“Gli ultimi venti minuti furono di fuoco, loro avevano il pallino del gioco, come giusto che fosse, visto che potevano vantare campioni di alto livello. Ad un certo punto, Lippi provò a forzare la mano con quattro attaccanti: Boksic, Del Piero, Vieri e Amoruso, per provare a sbloccare la gara,  io ebbi la fortuna di rispondere presente in tutte le situazioni.”

Eppure la particolarità di quella stagione fu proprio l’essenza stessa di una formazione dal duplice volto: sfavillante in Coppa, opaca in Campionato. Cosa ha causato una simile discrepanza di redimento?

“Quella squadra, probabilmente, in B avrebbe fatto meglio, perchè era composta da giocatori molto tecnici, con poca capacità di soffrire sui campi caldi della categoria. La Serie C dell’epoca era un grande torneo, con giocatori poi divenuti importantissimi, come Miccoli. Le categorie superiori sono caratterizzate proprio da una maggiore possibilità di poter sviluppare al meglio le proprie trame, la tecnica viene fuori, a discapito della fisicità.”

Nonostante un amaro e sofferto campionato, la stagione si concluse con il lieto epilogo della salvezza ai play-out col Sora.

“Quella finale fu davvero sofferta, ma ne conservo comunque un bellissimo ricordo. All’andata perdemmo 2-1 in trasferta, e ciò spinse la società ad esonerare Balugani, promuovendo in panchina Sossio Perfetto per la gara di ritorno. Ci sarebbe bastato vincere 1-0 per salvarci, ma il primo tempo si chiuse sull’1-0 per il Sora. Arrivò l’intervallo e negli spogliatoi il mister provò a darci una scossa, mettendoci davanti ad una scelta per poter uscire indenni da un San Franscesco fibrillante come non mai: o raggiungere le macchine nel parcheggio e scappare via, oppure fare due gol e ribaltare l’esito. Quelle parole ci diedero la giusta carica per scendere in campo e riprendere in mano le redini di una gara che stava per sfuggirci dalle mani. Il gol di Fabris fu liberatorio, e quella traversa che loro presero al novantesimo, col pallone che cadde direttamente tra le mie braccia, fu l’ultimo sussulto di una stagione incredibile.”

Ha qualche altro aneddoto particolare legato a quel play-out?

“La gara fu diretta da Roberto Rosetti, considerato all’epoca uno dei migliori arbitri a livello nazionale ed internazionale, e che mi ritrovai la stagione successiva in una partita a Verona. Fu lui stesso a riconoscermi e farmi notare che se non avessimo vinto quella partita contro il Sora, probabilmente, quel pomeriggio non ce lo saremmo dimenticati per lungo tempo. Quella Nocerina, in ogni caso, non poteva salvarsi ai play-out, perchè una squadra che elimina Piacenza, Perugia e se la gioca a viso aperto contro la Juventus, non avrebbe meritato assolutamente quelle posizioni di classifica.”

Quale è, a suo giudizio, la parata più bella ed, al tempo stesso, difficile nell’arco della sua carriera?

“A Nocera, al di là delle parate nella partita contro la Juventus, ne ricordo una in particolare a Perugia su colpo di testa ravvicinato di un loro attaccante. Un’altra, invece, a cui sono particolarmente legato è in un Milan-Cagliari, su Shevchenko, forse una delle più spettacolari che abbia mai fatto. Era un Milan stratosferico, in un San Siro gremito di sessantamila spettatori, e ancora ho nelle orecchie quel boato assurdo strozzato in gola dei tifosi del diavolo.”

Lei che ha giocato a livelli importanti, che idea si è fatto, rapportandola a tutti i contesti visti e vissuti, della tifoseria nocerina?

Nocera è una piazza di ben altra categoria, questo penso sia fuori discussione. I tifosi sono, oserei dire, sprecati per tornei come quello di Lega Pro, proprio per la loro passionalità, per il proprio calore, per l’attaccamento, quasi ossessivo, nei confronti della squadra in cui si sentono identificati. Hanno senso di appartenenza e, senza mezzi termini, potrebbero darti il mondo, l’anima. Spero davvero che possano tornare presto dove meritano. La Nocerina e i suoi tifosi in Eccellenza sono davvero una mortificazione”.

Gianluca Tortora, ForzaNocerina.it

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