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UNA STORIA FA, quell’ungherese che guidò la Nocerina

Era il 24 Settembre del 2011 quando, per la prima volta, una parte della Torino granata si riversò nella Curva Nord del “San Francesco”. Ad accompagnare il suo arrivo, le gradinate dell’impianto rossonero stracolme come non mai e due striscioni esposti nei Distinti: “Oggi un pezzo di storia del calcio entra nel nostro stadio” e “E. Erbstein 1929-1930, nella vostra leggenda la nostra storia”. Ed è proprio il trainer ungherese, scomparso nella Tragedia di Superga, a essere stato, ed essere tutt’ora, il trait-d’union che avvicina spiritualmente Nocera al capoluogo piemontese. Una personalità per certi versi ai più misteriosa, quasi ingrigita dallo scorrere del tempo che, grazie alle reminiscenze di Susanna Egri – coreografa di fama internazionale e fautrice della “Fondazione Egri per la danza” riprende nuovamente vita: «Mio padre era un uomo luminoso, forte, estremamente intelligente e colto. Chiunque lo incontrasse non poteva che restare affascinato dal carisma che emanava, al di là delle sue doti di tecnico del calcio – racconta la figlia di Erbstein – era una persona straordinaria, e il fatto che abbia fatto cose altrettanto straordinarie durante la sua vita non è poi così stupefacente. Tante volte è stato definito dagli ambienti intellettuali dell’epoca come un umanista prestato al mondo del pallone».

Tra le tappe di una carriera eccezionale la sua permanenza alla Nocerina, seppur breve, ha rappresentato un punto di passaggio importante nella costruzione della personalità e delle competenze di colui che pochi anni dopo sarebbe diventato il costruttore del Grande Torino.

“Avevo circa quattro anni e mio padre, giovanissimo, era agli esordi da allenatore. Nocera, come ogni altro posto in cui ha vissuto, è stata per lui una tappa importante nel suo percorso di crescita professionale. E’ proprio con queste prime esperienze che ha costruito poi la sua fortuna, affinando anche tecniche e metodologie di allenamento innovative per l’epoca. Ed i risultati non mancarono: la sua Nocerina si congedò dal campionato di Prima Divisione Sud (l’attuale Lega Pro ndr) con un onorevole terzo posto. Già allora, ai primordi della sua attività, si erano manifestate le sue grandi capacità non soltanto tecniche, ma umane. I giocatori, oltre ad essere allenati nel modo giusto e seguire determinati dettami, nella sua concezione rivestivano un ruolo cruciale anche a livello mentale. In tal senso era un ottimo psicologo, sapeva come toccare le corde giuste, e ciò è stato riscontrato da parte di tutti coloro che l’hanno avvicinato in tutte le fasi del suo lavoro. Ovunque ha lasciato un ricordo indelebile della sua individualità: è passato attraverso varie situazioni, città, gruppi sportivi, donando segni della sua unicità, questo perché riusciva a creare un afflato umano con le persone con cui lavorava”

Celebri sono anche le orazioni che spesso teneva alla vigilia di ogni gara per caricare i suoi. Oltre, però, al fattore agonistico, quali erano le peculiarità di Erbstein allenatore?

«Amava galvanizzare la squadra con i suoi “discorsi” prima di scendere in campo. Era, infatti, un grande oratore e tutti pendevano dalle sue labbra. “Chi la dura la vince”, era il suo motto principale. Tutto faceva parte di una precisa strategia psicologica il cui fine era quello di mettere i giocatori in condizione di rendere al massimo durante la partita e fare anche sfoggio di bel gioco. Per lui, lo scopo di ogni gara non era solo vincere, ma farlo bene perché il pubblico si aspettava uno spettacolo, non una tortura infinita. Occorreva vincere in maniera cavalleresca, lasciando al pubblico anche una sorta di godimento estetico non effimero, frutto di coralità di gioco e automatismi quasi alieni per l’epoca. In questo aveva la capacità di amalgamare le singole personalità dei giocatori per farne una visione d’insieme, una grande orchestra guidata dal direttore che rendeva possibile tutto questo».

Ci racconta qualche aneddoto legato all’aspetto sportivo che la unisce a suo padre?

«Io ero molto fiera che papà fosse “il mister”, ammirato e venerato da tutti anche molto prima del Grande Torino. Era bellissimo camminare per strada, specie nelle realtà del Sud come Nocera, Cagliari e Bari, o ancora di più a Lucca, ed essere subito riconosciuti. Tutti lo fermavano, gli parlavano, chiedevano pareri calcistici, esponevano le proprie idee. Era molto amato, anche perché pur essendo una persona di un certo livello non si poneva mai al di sopra degli altri. Riusciva a parlare sia con i semplici che con i raffinati, senza la spocchia dell’uomo di cultura. Aveva, inoltre, la tendenza di schierarsi sempre dalla parte dei più deboli. Un esempio fu il forte legame che instaurò con Mazzola, all’epoca vessato dall’opinione pubblica a causa delle sue problematiche familiari».

Oltre alle doti di ottimo tecnico era anche un acuto osservatore.

«Aveva una buona capacità di adocchiare alcuni prospetti ben prima che venissero fuori: Loik e Mazzola, per citarne due, li osservò quando giocavano nel Venezia da illustri sconosciuti e li volle a tutti i costi al Torino. Spesso aveva anche l’abitudine di fermarsi per strada per vedere i ragazzini che giocavano a calcio, e da ciò sapeva già individuare un potenziale campione».

Cosa ha rappresentato per lei suo padre nel corso della sua vita e anche dopo la sua prematura scomparsa?

«Se non avessi avuto un genitore come lui, che ha sempre saputo trovare le parole giuste per farmi superare i vari traumi della mia esistenza, non credo che ce l’avrei fatta. Ha affrontato il peggio che il Novecento potesse riservare a noi esseri umani, uscendone sempre da vincitore. Anche quando a causa delle leggi razziali fummo costretti a lasciare Lucca, è grazie a lui che ho saputo mantenermi in piedi senza crollare sotto il peso della discriminazione. Sapeva trasmettermi un grande senso di sicurezza e, nonostante la guerra, avevo la certezza che non mi sarebbe mai successo niente con lui al mio fianco».

Gianluca Tortora, ForzaNocerina.it

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