LA SIGNORA IN ROSSONERO: luci nuove su vecchie agonie











Belli i fari, vividi e nuovi di zecca, bella l’accoglienza al San Francesco (a detta degli ospiti) ma tutto il resto, lo vorremmo dimenticare. La Nocerina si è beccata l’ennesima batosta, questa volta dalla Palmese, che nulla ha rubato ai padroni di casa e che ha offerto una scena ormai conosciuta ai tifosi locali, che hanno lasciato il San Francesco di nuovo scuotendo la testa: quella degli avversari che festeggiano in casa nostra.
Neanche il tempo di fotografare per bene il nuovo impianto d’illuminazione o di salutarci tra noi che già sono volati i primi epiteti coloriti per il vantaggio di Calemme; addirittura, molti dei presenti ancora dovevano prendere posto: uno schiaffo a mano aperta sulla faccia di chi ha ancora il coraggio di pagare il biglietto e un’altra sporca figura agli occhi dell’osservatore internazionale che, con la discrezione di un fantasma, sta portando avanti la famosa trattativa di acquisto della Nocerina.
Poi, quel mezzo sussulto al gol del pareggio: un istante di stupore ed incredulità che ha attraversato i gradoni, non tanto per la prodezza, quanto per un’evidente ambiguità arbitrale che, almeno per una volta, ci ha sorriso. Siamo rimasti lì, congelati, con le braccia a mezz’aria, quasi incapaci di esultare nell’attesa di un fischio per fuorigioco che non è mai arrivato. Una breve parentesi di fumo prontamente spazzata via dal raddoppio ospite: la brutale sentenza della fame che torna a dettare legge sul disamore dei nostri calciatori.
In questo marasma, il direttore sportivo Amodio sta provando a rimescolare le carte con un attivismo frenetico, quasi a voler svuotare e riempire lo spogliatoio come un cassetto in disordine. È un lavoro ingrato, il suo, fatto di firme e strette di mano in un clima di totale incertezza.
Tra un mugugno e l’altro, o meglio, tra un “si dice” e un “pare che”, abbiamo cercato di capirci qualcosa sul quando il messia verrà ufficialmente a salvarci. Se, verrà.
La Nocerina sembra essersi trasformata in una fredda stazione di passaggio per dirigenti in cerca di gloria e calciatori in cerca di contratto, nessuno sembra tenerci davvero o quantomeno, nessuno sembra avere la minima percezione di quanto pesi quella maglia che indossano, spesso trotterellando in campo mentre la gente sugli spalti schiuma rabbia.
Siamo un continuo esperimento sociale, finora fallito. E mentre i nuovi fari illuminano a giorno il nulla, resta l’amarezza di chi vede la propria passione trattata come una pratica burocratica da sbrigare tra un volo da Malta e una telefonata di mercato.
Carmen Giordano
